Secondo l’autorevole costituzionalista Andrea Manzella, il riconoscimento che “Ogni membro del Parlamento rappresenta la nazione”, affermato dall’art.67 Cost., significa che i parlamentari cessati dal mandato elettivo continuano a rappresentare il passato e il futuro dello spirito nazionale che hanno contribuito a determinare. Questa premessa aiuta a capire perché molti parlamentari della Prima Repubblica ricorrano oggi alla pubblicazione di atti e eventi di cui sono stati protagonisti o talvolta semplici testimoni. Maurizio Eufemi, già deputato e senatore dell’UDC, entra a pieno titolo in questa corrente di letteratura civile con il suo diario di politica e economia, edito in proprio da pochi giorni ,con un titolo che colpisce: “La politica senza eredi”. Nella Premessa, Eufemi precisa di non volere scrivere una storia della D.C. nè dei rimpianti correlativi allo svilimento del Parlamento divenuto “un votificio”, specie dopo la legge “porcata” che” nomina” i parlamentari. Anzi, richiamando l’esperienza del Movimento dei 100 parlamentari che condusse all’elezione di Bianco alla presidenza dei deputati D.C., attualizza quelle battaglie politiche confrontandole con la surroga del contesto intervenuto dopo l’iniziativa giudiziaria a senso unico di Tangentopoli. Il punto di partenza è l’adesione allo Sme, il serpente monetario antesignano dell’euro, che sancì la fine delle “convergenze parallele”, dopo la uccisione di Moro e i primi risultati elettorali deludenti per il “compromesso storico” di Berlinguer. I problemi erano e sono di natura politica e non semplicemente di adeguamenti regolamentari o statutari. Il tentativo di europeizzare i partiti e le istituzioni esigono tuttora di superare la strategia di quegli “elementi di socialismo” che furono l’equo canone, la riforma sanitaria universalistica, i decreti Stammati a sanatoria dei debiti dei Comuni, le leggi Prodi sulle grandi imprese in crisi, la prorogatio delle partecipazioni statali sia pure con le riserve delle quote di investimenti pari al 40% nel sud, la sostituzione dell’intervento straordinario con il regionalismo. In controtendenza, la prima Repubblica condusse l’Italia nella protezione della zona Euro sia pure con i divari allargatisi fra redditi fissi e autonomi. Ma poi vinse la televisione. E sopraggiunse l’edonismo Reaganiano. E il terrorismo. La politica divenne “sofferenza…di amicizie rotte” e non più speranza. Niente Blair o altri successori. Eufemi ricorda aneddoti significativi e toccanti come quelli del caso Gladio – Cossiga, dell’innocenza di Mannino, persino dell’incontro con Fellini a Cinecittà. Alcuni di questi ricordi permettono all’autore di ”tirarsi qualche sassolino dalle scarpe” soprattutto nei confronti del suo ex partito (l’UDC), colpevole di prassi Machiavelliche, specie nel Centro-Sud dov’è più forte elettoralmente e “il potere crea il consenso e non viceversa” (Salvemini). L’imputazione è quella di non perseguire una politica coerente di terzo polo, come dimostrato dall’impedimento al. Governo istituzionale di Franco Marini per non rinnegare l’area dell’elettorato di centro-destra di cui era stato espressione. Per non parlare del prosieguo in quest’ultima campagna elettorale amministrativa dove l’UDC solo in 13 comuni capoluogo contro 18 si è presentato diviso da FLI rendendo più evanescente l’idea del Terzo Polo o partito della nazione e limitandosi a rappresentazione più consistente del movimento cattolico democratico. .Ma tutti i riferimenti particolari – è qui la bellezza del saggio – sono inquadrati al posto giusto nel grande mosaico della transizione italiana, ossìa il passaggio da una politica idealistica a quella pragmatica e da un’economia Keynesiana a quella Monetaristica e della Finanziarizzazione. Tutti i richiami sono corredati da una seria e approfondita riflessione, con la frequentazione e collaborazione di riconosciuti esperti , da Cappugi a Andreatta, che confermano la necessità di una vera Exit-strategy. Tutti i nuovi governi europei, infatti, stanno affrontando con Indagini e Comitati ad hoc la riforma del credito, della dimensione delle banche, della separazione tra banche al dettaglio e d’investimenti, la stabilità patrimoniale ex Basilea III; la premialità ingannevole ai dirigenti, tanto da sollevare ultimamente un intervento del Capo dello Stato per un sollecito recepimento delle direttiva UE n.76 del 2010 sul tetto dei bonus ai banchieri mentre i quotidiani che essi controllano predicano la riduzione altrui; il rapporto tra debito pubblico e credito ai privati, ecc.Così anche per la rifondazione dello Stato e della indipendenza dei suoi organi di controllo, cominciando dal Parlamento che ormai ricorda quello dei Fasci e delle Corporazioni, nonché la televisione e internet, le sfide odierne al sindacato e ai movimenti religiosi per la loro rinascita non fondamentalista . Il saggio, fortunatamente, offre una piacevole lettura di argomenti di spessore a compenso di una ricostruzione diacronica della memoria, con flash-back che possono sembrare ripetitivi mentre seguono l’andamento cronologico dei fatti e il loro andirivieni. .Si tratta spesso di pregevole materiale che l’io narrante ha già utilizzato nelle sedi parlamentari prima che decidesse di farlo diventare una fonte di storia politica. Manca purtroppo ai nostri giorni qualsiasi ricerca di “terza o quarta via” italiana, di efficaci surrogati alla politica, alla svalutazione del futuro e al dominio della paura, ma anche l’eredità di un riferimento culturale, interpretativo e orientativo in grado di inquadrare il vecchio volontarismo e solidarismo della economia mista nel nuovo universo delle grandi questioni che “il mercato” e il “territorio” lasciano aperte, come l’esclusione giovanile e femminile. E perciò manca la speranza che la politica possa ancora cambiare in meglio la vita. In Italia l’incremento medio annuo di reddito è stato di appena lo 0,2% per il 10% più povero e invece dell’1,1% per i più ricchi. Ma per fortuna le rivolte nordafricane stanno restituendo agli stati l’imprescindibile primato dell’etica anche se si tratta di paesi arretrati o meglio in ritardo di sviluppo, mentre da noi la politica senza successori e senza speranze se non è proprio alla “ fine della storia” non è pur sempre alla fine di “una“ storia ?pietrorende@libero.it |