LETTERA APERTA
AL PRESIDENTE DEL
SENATO DELLA REPUBBLICA
SEN. PIETRO GRASSO
ALLA PRESIDENTE DELLA
CAMERA DEI DEPUTATI
ON. LAURA BOLDRIN
Signori Presidenti,
abbiamo sentito l’orgoglio di essere rappresentanti della Nazione, abbiamo difeso, nelle convulsioni della Repubblica, la Costituzione e il Parlamento, oggi siamo trattati, da un certo giornalismo e da certa televisione, compreso il servizio pubblico, che aizzano l’opinione pubblica, come cittadini di serie b.
Le “liste di proscrizione”, apparse su alcuni quotidiani, con l’accusa ai già parlamentari di essere percettori di vitalizio non commisurato ai contributi versati, con l’aggiunta di insultanti epiteti, mirano a gettare discredito su tutta una classe dirigente che ha guidato l’Italia nel diventare la quinta nazione sviluppata del mondo, che ha vinto la sfida feroce del terrorismo, che ha condotto il Paese nel gruppo di testa dell’Europa.
Con il pretesto di eliminare presunti privilegi si punta a offuscare la nostra storia parlamentare che è la storia della costruzione democratica dell’Italia.
Noi non intendiamo trincerarci dietro queste pur legittime considerazioni, vogliamo invece entrare nel merito della questione sollevata.
Cerchiamo chiarezza.
Vorremmo innanzitutto che fosse spiegata “al colto e all’inclita” la natura del vitalizio che, pur avendo carattere previdenziale, non è una pensione, come l’indennità parlamentare, prevista dall’art. 69 della Costituzione, non è uno stipendio. Su questo aspetto giuridico le sentenze della Corte Costituzionale hanno messo un punto fermo.
L’indennità parlamentare e il connesso vitalizio hanno il valore di una garanzia assicurativa per il parlamentare al fine di «garantire il libero svolgimento del mandato» (art. 1 legge 31 ott. 1965 n. 1261)
L’istituto, che ha origini nell’antica Grecia, fu introdotto in Italia come conquista democratica nel primo Novecento. Esso consentiva, così, il superamento del Parlamento degli aristocratici, dei possidenti, dei notabili e l’ingresso dei ceti popolari, a lungo esclusi dalla vita politica del Paese.
La Costituzione italiana del 1948 ha recepito questo principio, regolandone l’esercizio soprattutto con la legge sopra citata.
Il trattamento economico dell’indennità con il connesso vitalizio fu rapportato a quello del 96 % dei Presidenti di Sezione di Cassazione. Negli anni, con successive riduzioni, quel rapporto si è via via ridotto di oltre 30 punti percentuali.
Ora pongo una prima domanda: «È improprio e smisurato porre sullo stesso piano di dignità sociale i rappresentanti della Nazione e i magistrati? »
A partire dagli anni ’70 sono stati molteplici i provvedimenti rivolti a cancellare odiose situazionicome quella del vitalizio ottenuto anche per breve permanenza in Parlamento.
I baby vitalizi non esistono più da oltre 30 anni. Perché allora insistere se non per discreditare la classe politica e parlamentare, disorientando l’opinione pubblica?
Si imputa, nei lunghi elenchi “di proscrizione degli ex parlamentari”, di godere di un vitalizio calcolato con il metodo retributivo. Ma quale pensionato in Italia, fino alla riforma del sistema contributivo (che pure suscita altri problemi) non gode del sistema retributivo, compresa una tredicesima mensilità che non viene erogata ai già parlamentari?
Quel sistema retributivo, che permetteva di tutelare i ceti meno abbienti, consentiva anche, in modo non sempre misurato, di andare in pensione con un calcolo basato sull’ultimo stipendio, di ottenerela pensione di anzianità e perfino azzardate baby pensioni e l’allineamento delle pensioni ai nuovi contratti, derivava dall’ottimismo di una crescita continua che si aggirava intorno al 5%. Esso mirava a favorire i consumi , mantenendo alto lo sviluppo del Paese. Si può oggi discutere sulla bontà di questi indirizzi ma è indubbio che il Paese cresceva e si sviluppava. Cosa si chiede oggi all’economia se non quello che ieri fu deciso, sia pure, talvolta, con troppo ottimismo? È dunque in quel contesto storico ed economico che va inquadrata la scelta del metodo adottato per i vitaliziparlamentari che seguivano la logica del retributivo per tutti gli italiani.
Oggi, le cose sono cambiate e anche i vitalizi dei nuovi parlamentari sono stati agganciati al metodo contributivo. Quale senso politico, allora, ha questa campagna denigratrice se non la diffamazione ?
Ma veniamo ora al calcolo del rapporto tra i contributi versati e il vitalizio percepito dagli ex parlamentari.
In tutte le amministrazioni pubbliche e private c’è una parte dei loro versamenti da calcolare per la pensione; perché allora non tenere conto delle quote spettanti alle Camere ?
In ogni caso un calcolo corretto per la valutazione dei vitalizi andrebbe fatto anche sulla base delle rivalutazioni del capitale versato, in rapporto agli interessi maturati, come avviene per ogni fondo di previdenza, e come accade, per esempio, per i vitalizi del Parlamento Europeo.
I conti sarebbero ben diversi dalle approssimative tabelle pubblicate da alcuni giornali e riprese in alcune sciatte trasmissioni televisive anche pubbliche.
Ma considerando che si guarda indietro per intorbidare le acque, mi pare “cosa buona e giusta “ricordare anche che c’è stato un tempo della Repubblica nel quale uomini e donne dedicarono la loro vita all’azione politica, rinunciando ad altri più remunerativi percorsi.
Il vitalizio, ripeto, era la garanzia per il futuro per agire con indipendenza in Parlamento. Non è questione di diritti acquisiti (peraltro intaccati), ma di semplice giustizia la tutela di quel diritto.
Si può obiettare che non tutti sono in questa condizione e che molti godono di altri redditi. I modi per affrontare questo aspetto ci sono: dalle misure fiscali ai contributi di solidarietà, per noi già da tempo operanti. Nessuno ha sollevato obiezioni su questo punto, né ha fatto ricorso come, invece, altre categorie che hanno trovato ascolto nella Corte Costituzionale.
Ma veniamo anche alla questione dell’ammontare dei vitalizi bollati come rapina e con termini offensivi.
È facile dedurre proprio dagli elenchi pubblicati che i vitalizi parlamentari rientrano nella fascia delle pensioni erogate agli alti funzionari della Pubblica Amministrazione, a quelle dei professori universitari e di alcune fasce di giornalisti, restando al di sotto di quelle dei magistrati,dell’Avvocatura generale dello Stato, dei funzionari degli organi costituzionali, e a notevole distanza dalle cifre dei managers pubblici e non.
Noi siamo consapevoli che questa nostra condizione è comunque favorevole e ci pone nell’obbligo di tenere conto della posizione di chi vive in gravi difficoltà economiche.
Noi siamo disposti a continuare a fare la nostra parte nei modi che ci saranno richiesti. Ciò che respingiamo è di essere considerati dei privilegiati come la “casta” che lucra di risorse indebite e immeritate.
V’è in questa concezione profonda ingiustizia e un grumo di anti-politica e di anti-parlamentarismo che ricorda le campagne giornalistiche e partitiche contro il Parlamento che aprirono la strada al fascismo.
Ci amareggia che il Presidente del Consiglio abbia usato termini sprezzanti nei nostri confronti, sbrigativamente liquidando una delicata questione che riguarda lo status degli ex parlamentari.
Chiediamo almeno le buone maniere, ma soprattutto ricordiamo che l’indennità parlamentare e i vitalizi non sono materia del governo, sono anzi la garanzia per la indipendenza del parlamentare anche nei confronti del governo. Ne va, appunto, della distinzione tra i poteri dello Stato.
Signori Presidenti, noi desideriamo che si faccia definitiva chiarezza su questi temi, anche attraverso un confronto con gli altri Parlamenti europei.
La questione, in sé, è pressoché ininfluente sui problemi aperti nell’economia del Paese, che richiedono ben altre misure che siamo in grado di suggerire, ma essa investe principi che riguardano la dignità dei già parlamentari, ma anche dello stesso Parlamento, insostituibile presidio della libertà e della democrazia italiana.
Ecco perché chiediamo un intervento chiarificatore istituzionale, che fissi un punto fermo che non può non giovare al prestigio del Parlamento.
Con deferente ossequio
Gerardo Bianco