Aldo Moro e il Parlamento
Convegno di studi dell’11 maggio 2016 promosso dalla Associazione ex parlamentari della Repubblica con interventi di
Gerardo Bianco, Luigi Ferlicchia, Piero Craveri, Agostino Giovagnoli, Giuseppe Vacca
Gerardo Bianco*
Sono passati trentotto anni e due giorni da quel 9 maggio del 1978, quando, come voi tutti ricorderete, apparvero le immagini dolorose di Aldo Moro in quella macchina rossa in via Caetani.
Noi oggi, insieme con l’Associazione degli ex Consiglieri regionali, ringraziando il Presidente Bottin per aver accolto la nostra proposta, vogliamo fare un breve ricordo, che sarà una riflessione approfondita che può essere per noi una specie di indirizzo sul quale proseguire le nostre ricerche, il nostro studio, i nostri approfondimenti, con l’aiuto di tre storici che io ritengo tra i più eminenti che ci siano in Italia, rappresentati anche con severità storica, da diversi percorsi e anche diverse ispirazioni culturali.
Parlo di Piero Craveri, autore di una magnifica storia su De Gasperi, parlo di Agostino Giovagnoli che ha dato pagine importanti, dopo quelle di Scoppola e De Rosa su tutta la storia del nostro movimento, parlo di Giuseppe Vacca che è riuscito perfino a scrivere un libro, che a me sta molto a cuore, dal titolo “Ma moriremo democristiani”. Storico secondo me di grandissimo valore.
Ieri sera abbiamo presentato un piccolo libretto, molto interessante, stimolante, che è un modo di recuperare anche il pensiero politico. Farò qualche affermazione inevitabilmente azzardata, che vorrei venisse sottoposta a verifica storica, anche perché temo, come è avvenuto nei giorni scorsi, che la riapertura del caso Moro – che è giusto che sia avvenuta – perché nuovi elementi stanno emergendo. Chi ha letto la prima relazione della Commissione Moro, trova che non tutto è stato chiarito, sono troppi gli equivoci, gli interrogativi e le lacune che si sono accumulate, malgrado i numerosi libri e le inchieste giudiziarie e malgrado la più intensa attività di intelligence.
Sono troppi gli interrogativi e anche i continui nuovi elementi che emergono, ma questo appartiene alla necessità di verifica e di approfondimento della verità storica di quello che è accaduto.
Noi vorremmo cercare di recuperare, in un momento dove c’è “stanchezza “ della politica, “stanchezza” della democrazia, il filo di un discorso che può aiutare a rigenerare, se possibile, questa situazione che appare sempre più grave.
Mi è capitato di leggere la recensione di un libro di uno storico francese il quale dice che entro dieci anni la democrazia sarà estinta, cosa che preoccupa parecchio. Spero che attraverso questa nostra attività, che dimostra come l’ Associazione parlamentare degli ex deputati ha ancora parecchie cose da dire, si possa trovare un filo. Credo che c’è da concentrare, e lo dico agli storici presenti, l’attenzione sull’attività di Moro in un periodo molto particolare che di solito è studiato sotto il profilo del Moro costituzionalista, del Moro che sicuramente è uno dei padri della Costituzione, fa parte della Commissione dei 75, della Commissione dei 18, i suoi interventi sono fondamentali, basta pensare al primo intervento fatto nel marzo del 1947; si tratta di testi fondamentali. Ma io vorrei andare al di la di questi testi e diciamo pure portar dentro quella che è stata la mia lunga esperienza parlamentare. Credo che non si capisce bene che cosa significa percepire il Parlamento se non si è stato dentro il Parlamento e se non si intende quella che è la dialettica che mette in movimento la politica attraverso il ruolo del Parlamento. Ecco la centralità e l’importanza del Parlamento.
Penso che, il periodo che va dal 1947 al 1955 sono anni nei quali Moro copre, non solo con la sua attività di costituente, ma anche una funzione che ritengo fondamentale per la sua esperienza e anche per lo sviluppo del pensiero successivo, che è quella di capogruppo. Quello è un periodo importante. A mio avviso Moro, che ovviamente aveva una visione, secondo me, ben chiara che la democrazia italiana aveva delle fragilità, perché c’erano partiti che non rientravano ancora completamente nel sistema, allora la sua preoccupazione, che per altro veniva da una esperienza come noto di costituente che aveva costruito, basta leggere i suoi discorsi straordinari, insieme con Togliatti, Marchesi ed altri, le basi della democrazia, sapeva bene comunque, che quella Costituzione era un elemento fondamentale sul quale si poteva costruire lo Stato italiano ed il futuro, ma c’erano delle fratture storiche e politiche che andavano sanate.
Se posso fare una affermazione, direi che il pensiero di Moro dal 1947 fino alla tragedia del 1978 ha una sola idea guida: essere inclusivo. Lo fa con la politica del confronto, lo fa con la politica dell’attenzione, lo fa con la politica della solidarietà nazionale. Mi permetto di dire, questo per dare un mio convincimento e contributo, che questo sia stato il vero merito della politica della Democrazia Cristiana. C’era la necessità di determinare una serie di passaggi che consentissero via via, attraverso l’allargamento demografico del Paese di arrivare finalmente a chiudere la partita e a creare quella che si chiamava la democrazia compiuta. Moro fu uno stratega di questo. Ma come poteva avvenire, questo è il punto. A mio avviso Moro, da esperto parlamentare, da uomo che aveva vissuto nel Parlamento e che sapeva che era nel Parlamento e non nei talk-show dove oggi si annunciano i nomi dei nuovi ministri, ma là dove si svolgeva la vita parlamentare nel pieno della controversia dell’Aula si creava quella integrazione, quella forma progressiva di avanzamento verso una convergenza che poi doveva diventare anche, come ha scritto bene in una bella introduzione Martinazzoli, la koinè politica dell’Italia. Come? Non c’era altro strumento che il Parlamento. Spero di poter sviluppare questo discorso anche in altra sede, ma voglio, ha testimonianza di quello che mi sembra essere una prova di quanto affermo, leggere il discorso, di solito ignorato che Moro da capogruppo pronunciò per il governo Fanfani che come noto poi non ebbe fortuna. In quella sede chiede la parola l’on. De Martino e dice: “Signor Presidente, il gruppo al quale appartengo ritiene che sia sufficiente il fatto che non vi siano iscritti a parlare, perciò se il Governo non ha nulla da dire rispetto a questa situazione ritengo che si debba passare senz’altro alle dichiarazioni di voto”. Questa era la posizione, non si discute in Parlamento. Moro dice: “La richiesta dell’on. De Martino mi sembra estremamente inopportuna, siamo qui di fronte ad un incarico del Capo dello Stato e secondo le norme costituzionali, si è presentato il Parlamento e ha esposto un dettagliato programma di governo ed ha espresso la linea politica e sarebbe ben strano che in questo inizio di dialogo tra parlamento e governo, il Parlamento non rispondesse attraverso un sereno dibattito”. Poi prosegue sempre su questo tema del Parlamento come il luogo del rapporto. Bisogna tenere presente che la sua visione del gruppo parlamentare era anche quella di una visione dialettica, la sua idea era che il Parlamento era il luogo dove si svolgeva, in un certo senso la controversia politica, dove si creavano le integrazioni, perché aveva dietro alle spalle anche l’esperienza del costituente, ed era interessantissimo percorrere quella strada. Aveva capito che il Parlamento è il vero grande luogo nel quale si determinano i processi di unificazione culturale, politica e morale. Naturalmente se un Parlamento diventa soltanto un parlamento delle contese e dell’opposizione, tra l’altro con un linguaggio che diventa sempre più inaccettabile, evidentemente non rappresenta quella idea del Parlamento come il luogo nel quale confluiscono le varie tendenze che si integrano e in qualche maniera si influenzano l’un l’altra procedendo verso forme di integrazione. In un’altra occasione, con gli amici Angelo Rossi e Luigi Ferlicchia si è deciso di dedicare due giornate di studio, da svolgersi in Puglia, sull’approfondimento della personalità di Moro. Credo che se noi, come Associazione degli ex Parlamentari mettiamo bene in chiaro che senza il Parlamento, senza la vita nel Parlamento, senza la forza morale del Parlamento, senza la fede nelle strutture parlamentari, quale ebbe Moro, la democrazia declina. Se vogliamo salvare la nostra democrazia, che mi pare sempre più impregnata di idee decisioniste, le decisioni non sono sempre efficaci, se non sono supportate da un vasto consenso, se non sono supportate da strutture rappresentative. Nel primo discorso Moro lo dice con chiarezza: “La Costituzione se ha la sovranità popolare, nell’espressione parlamentare ha la forza di creare la democrazia in Italia”. Penso che a distanza di trentotto anni riprendere il filo del pensiero di Moro ci può aiutare a dare il nostro piccolo contributo al rafforzamento di una democrazia che ci sembra bisognosa di molti appoggi e di molti sostegni.
Luigi Ferlicchia * Grazie Presidente Bianco per questa opportunità. Gerardo Bianco è la persona che ha contribuito alla presentazione del libro che si è svolta alla Camera dei Deputati. Io questo libro l’ho fatto sulla base di quella che vedevo essere la pubblicistica nazionale.
Si parlava di Moro durante i cinquantacinque giorni del rapimento, dell’assassinio. Si parlava del grande Moro e del suo contributo alla Costituzione, ma si prescindeva da un contesto globale complessivo di una linea che in Moro è stata sempre costante nel portare avanti i propri principi. Quando abbiamo presentato questo libro, il presidente Bianco ha visto il futuro, mi è rimasta infatti impressa questa frase: “Chi si vuole occupare delle cose di Aldo Moro non può prescindere da questo libro”. Io pensavo fosse grande questa affermazione, però quel libro è stato preso come spunto anche da tanti professori universitari che hanno scritto su Moro. Devo inoltre ringraziare il Presidente Bottin del coordinamento nazionale delle Associazioni dei consiglieri regionali che mi ha indicato al presidente Bianco, per parlare di questo tema.
L’esordio politico di Aldo Moro è stato difficile, perché quando nel 1947 fu invitato ad entrare il lista nella DC per la Costituente ebbe il voto contrario del Comitato provinciale della Democrazia Cristiana di Bari. Il Segretario provinciale dell’epoca Natale Lojacono, che veniva dai Popolari si oppose perché vedeva in Aldo Moro una impostazione che non riusciva ad afferrare, perché Moro era già professore universitario di filosofia del diritto, era già professore di diritto penale, era professore di procedura penale, era presidente dei laureati cattolici, era legato agli ambienti cattolici, era Tenziario domenicano, pensate come Moro aveva una globalità nella sua vocazione e nella sua impostazione come cristiano. Ma non faceva mai pesare questa sua anima profondamente religiosa e profondamente cristiana, perché lui agiva sempre da laico. Ma ha avuto l’avversità, ed è stato necessario, in quella fase, l’intervento dell’arcivescovo di Bari, Mons. Mimmi che telefonò a De Gasperi, così Moro entrò in lista in base ai due posti che la direzione centrale si riservava. Quella lezione fu dirompente perché Moro poi a Roma dimostrò la sua preparazione, la sua profonda capacità di conoscenza giuridica e durante i lavori alla Costituzione, ha preso la parola ben 304 volte in un anno e mezzo. Moro comunque ha sempre mantenuto un collegamento con la realtà periferica. Mentre a Roma operava in maniera competente e con grande approfondimento, in periferia le cose non andavano molto bene. Nel ’48 la DC fu commissariata, De Gasperi in omaggio a Moro nominò Dell’Andro Vice Commissario, ma tutto ciò non riusciva a far decollare, nel contesto locale, la Democrazia Cristiana. Ma Moro con i suoi giovani e sostenuto dai suoi ambienti, continuò e non si dette per vinto. Nel ’58-’59 diventa Ministro della Pubblica Istruzione e Capolista nel collegio Bari-Foggia, e Segretario Nazionale della DC. Nel contesto locale, Moro a Bari ha fatto tutto. Era presente nelle sezioni, si presentava da solo, chi lo conosceva per la prima volta ne rimaneva affascinato. Aveva gli ambienti cattolici che lo sostenevano. Gerardo Bianco mi ricordava qualche tempo fa, che Moro, anche da Ministro degli Esteri, mentre svolgeva questa funzione estremamente difficile e delicata, non dimenticava mai il collegamento con la sua realtà elettorale, con il suo collegio, con la sua dimensione umana della politica, perché Moro cercava il contatto con le persone e aveva una capacità di capire l’animo della gente. Io avevo diciotto anni quando l’ho conosciuto e noi giovani ci siamo sempre mantenuti fedeli alla sua persona, alla sua linea, alla sua posizione politica e quindi abbiamo vissuto questi momenti con grande partecipazione, con grande intensità. Rai Storia ha trasmesso un programma dal titolo “Aldo Moro e la fede”, mi sono visto tirato in ballo per una mia intervista di tre anni fa, dove parlo della morte di Aldo Moro e ricordando le parole di un giurista, penalista che sosteneva che in ogni reato ci deve essere la motivazione, ci si chiede: “ Moro è stato ucciso dalle Brigate Rosse. Qual è la motivazione politica per cui è stato ucciso?”. Su questo si è andati a tentoni. Io mi sono permesso di lanciare questo aspetto ed è stato colto. Ma che cosa sono le Brigate Rosse? Sono comunisti, combattenti del partito armato che si ritenevano i difensori della fede autentica, di quel tipo di marxismo e in questo senso hanno ucciso Moro, nonostante i tentativi anche del Vaticano che aveva messo 35 miliardi di lire per uno scambio. Non volevano soldi ma volevano il riconoscimento politico. Ma perché le Brigate Rosse hanno ucciso proprio Moro? Perché Moro era portatore, non di un dato partitico come poteva essere la Democrazia Cristiana, ma perché era portatore di determinati valori e dell’impegno politico che gli derivava dalla sua fede autenticamente cristiana e cattolica. Lui non citava mai questo aspetto ma lo si capiva e lo si percepiva dai temi che trattava e da come riusciva poi a fare la sintesi e a coinvolgere il più possibile gli italiani.
Presidente: iniziamo allora con i nostri storici eminenti. La parola a Piero Craveri.
PIERO CRAVERI*:
Grazie mille al Presidente Bianco per avermi inviato. Permettetemi, come storico, di iniziare con una considerazione banale. Nelle democrazie i politici sono numerosi ed è bene che sia così. Ricordo un articolo di Camillo Benso di Cavour nel 48, quando si inaugurò il Parlamento subalpino, nel quale diceva “ i parlamentari devono essere molti, dobbiamo moltiplicare i colleghi perché il problema è quello del rapporto con l’elettorato e solo un ventaglio ampio di parlamentari può canalizzare …” ed è solo un’idea originaria della democrazia rappresentativa che risuonava in quelle parole. Di questi molti naturalmente sanno suonare il loro strumento, ma i direttori d’orchestra sono i più rari, rarissimi i grandi direttori d’orchestra. Se noi guardiamo la storia del 900 italiano possiamo utilizzare le dita di una mano per indicarli nello loro interezza e Moro fu certamente uno di questi. Aveva un temperamento peculiare. E’ stata accennata qui ora la sua formazione di giovane cattolico, i ruoli che ha avuto nell’organizzazione di laicato cattolico, ma anche in questo c’è un tratto di originalità. E’ diverso il percorso di Moro dal percorso di altri; il suo nipote storico Renato Moro ha fatto una ricostruzione di quella che è stata l’infanzia e la giovinezza di Moro che mette in luce la poliedricità, la peculiarità della sua esperienza religiosa, che fu profonda e che era diversa, nell’approccio, da quella che si perseguiva nelle file dell’azione cattolica. E poi la poliedricità delle sue esperienza culturali: non dimentichiamo che è stato un grande penalista, soprattutto si è occupato di problemi di teoria generale del diritto. E quando ci si occupava di problemi di teoria generale del diritto si finiva con il conoscere la cultura filosofica nella sua interezza. Quello che è peculiare in Moro, se posso dirlo in sintesi, è la sua capacità di regia del sistema politico. Aveva un’attenzione sempre costante. Aveva una preoccupazione, innanzitutto, che il sistema politico nel suo complesso, ed in particolare il suo partito che ne era al centro, mantenesse una presa costante ed effettiva sulla società italiana e sul sistema elettorale. Quindi aveva una peculiare attenzione a quelle che erano le modifiche che intervenivano nella società e negli atteggiamenti dell’elettorato italiano. Nessun politico italiano è stato così ubiquo nell’analisi di quello che è stato il 68 in Italia, che cosa ha significato in termini di mutamento degli orientamenti, della mentalità, che si riassumono in una frase quando lui dice che si è passati da un sistema verticale ad un sistema orizzontale. Ed è appunto sul sistema orizzontale che oggi più che mai stiamo, la discussione che ha preceduto questa tavola rotonda trae molti dei suoi problemi da questa orizzontalità e dalla difficoltà sempre maggiore di istituire rapporti di verticalità, che sono rapporti di carattere istituzionale, di valori politici, etc… Moro aveva anche quasi, come capita molto raramente agli uomini politici, una sensibilità quasi di veggente. Cito un caso, quello della politica estera. E’ stato Ministro degli Esteri dal I° Governo Rumor e poi anche nella legislatura seguente e si occupato moltissimo del Mediterraneo, e a lui si fa risalire, e così viene denominato nei documenti americani, il Lodo Moro. Il Lodo Moro faceva dell’Italia una zona franca per una serie di rapporti con i movimenti che nascevano nei Paesi Arabi. Tanto che la questione che sollevava dianzi Bianco, del continuo riaprirsi della vicenda tragica di Moro, riguarda una vicenda precisa in particolare il caso di Pifano, che fu uno che venne arrestato con dei missili. E vari documenti, tra cui anche il rapporto di Giovannone, fanno derivare vari attentati, tra cui anche quello di Bologna, proprio a questo fatto. Moro aveva una grande attenzione ai servizi. Sulla morte di Moro io sono della tesi dell’origina internazionale della sua morte. Fino a quando non avremo carte dalla Stasi, da Mosca, dalla Cecoslovacchia, e anche dagli americani non sapremo in fondo che cosa c’è dietro alla sua morte. Voglio infine mettere l’accento sul Moro capogruppo, che è una parte importante della sua formazione. Lui, che tra l’altro ebbe una posizione molto singolare con il gruppo dossettiano, passò a Dossetti la notizia che stavano per mandare la richiesta di adesione al Patto Atlantico. Cosa che De Gasperi non voleva si sapesse prima che si fosse preannunciato, perché noi presentammo questa dopo il messaggio natalizio del 1949 di Pio XII che allineò il mondo cattolico sulla posizione atlantica. Quindi De Gasperi mise l’ostracismo a Moro, tanto è vero che fece bocciare la sua proposta di capogruppo nel’ 52, passò Spataro. Poi nel ‘53, cambiate le carte, divenne capogruppo. Io ho anche pubblicato il diario di Moro sulle consultazioni di De Gasperi per il suo ultimo governo. E li si vede, perché era diventato nel frattempo molto “filodegasperiano”, tutta la sua preoccupazione per l’equilibrio politico, divenne centrale in lui il problema che occorresse tenere una linea che garantisse l’equilibrio politico. Ogni frattura dell’equilibrio politico determinava reazione che poi difficilmente potevano essere controllate. Ho sempre presentato due schemi, dal punto di vista istituzionale: uno è quello “de gasperiano” , che è lo schema classico di democrazia rappresentativa (Governo – Parlamento e maggioranza parlamentare che determina in Parlamento l’indirizzo politico – i partiti). La parabola di Moro che poi diventa segretario della Democrazia Cristiana, riesce a ricucire l’equilibrio politico e porta il sistema al centro sinistra formalizza un altro modello (i partiti – il Parlamento – il Governo), che è lo schema della cd. Costituzione materiale. La Costituzione materiale la consolida Moro, portando l’intera Democrazia Cristiana sulla posizione del centro sinistra. Il centro sinistra che poi fu un fallimento; la crisi del Paese ha in qualche modo lì una sua radice, perché non si sono affrontati i problemi che nascevano dalla trasformazione sociale. Non si mise in moto la struttura dello stato sociale, questo metterà in moto anche i meccanismi di conflittualità dopo il 68 . e soprattutto non si stabilizza il sistema economico. Già dagli anni 70 inizia un declino complesso di un Paese vitale. Siamo entrati nell’Euro, eravamo già un paese semi spacciato, tutto ciò che era rimasto della grande impresa scricchiolava, e il sistema dell’impresa pubblica era a pezzi., come si dimostrò nel 1992 con le vicende che conoscete benissimo. Moro si rende conto di questa situazione, è Presidente del Consiglio durante il centro sinistra, e capisce che il tipo di mediazione che aveva previsto non era andata al nocciolo, e avanza subito l’ipotesi di un’apertura. Moro non fu mai per il compromesso storico. Non è un caso che parli di democrazia incompiuta. Una delle sue riflessioni era che non era possibile che l’Italia fosse una democrazia nella quale il maggiore partito di opposizione fosse totalmente irresponsabile rispetto alla politica di bilancio. Questo nei sistemi alternativi non succede. Non c’era vincolo politico. Io voglio far notare tra l’altro che il partito comunista ebbe una parabola elettorale straordinaria in crescita fino al 76, ma portato alle responsabilità del governo, seppure indirettamente, dal 79 inizia una parabola di decrescita. Il contrasto era questo e molto probabilmente sarebbe riuscito a mediarlo perché Moro voleva al Governo i comunisti, così come li volle Mitterand nel passaggio dal 70 all’80. Questo è un punto che va credo sottolineato: la differenza profonda che c’era tra l’impostazione comunista e quella di Moro e quella che era la prospettiva di Moro. Voglio concludere brevemente: io credo che la morte di Moro segni virtualmente la fine della Prima Repubblica, perché dopo c’è stata la rottura craxiana perché Craxi ha fatto cose notevoli, però senza aver occhio a che tipo di maggioranza andava o a che tipo di schieramento politico, distruggeva il sistema centrista. Nella democrazia Cristiana non c’è stato più nessuno che abbia realmente avuto la visione prospettica e la sua capacità, perché una delle peculiarità della D.C. è sempre stata quella di essere al centro e di fare girare intorno al centro anche i partiti dell’opposizione. Bianco parlava di Parlamento centrista, certo che c’è stata una centralità del Parlamento, perché il Parlamento era il luogo in cui, fatta la mediazione di indirizzo, si determinava continuamente la mediazione politica. Il famoso consociativismo inizia con il centro sinistra, perché poi dovete andare a vedere la produzione legislativa delle commissioni parlamentari. Chiudo con questa immagine: la messa funebre in onore di Moro nella basilica S. Giovanni in Laterano. E’ una cosa impressionante, perché da una parte c ‘è tutta la classe politica italiana, il rito di questo pontefice sofferente ed è là che è morta la prima Repubblica, e poi è venuto quello che è venuto. Grazie.
AGOSTINO GIOVAGNOLI.
Ringrazio tutti per questo invito a ricordare la figura di Aldo Moro, questa figura così importante. C’è stato proposto di riflettere su un tema: quello del rapporto di Moro con il Parlamento, del suo atteggiamento verso il Parlamento. Sono state già dette delle cose importanti da Gerardo Bianco, Ferlicchia e Craveri. L’importanza del Parlamento per Moro è molto grande e questo non è scontato, perché Moro è stato contemporaneamente uomo del Parlamento e uomo di partito. Dovrebbe essere un’ovvietà, ma non lo è per due motivi principali.
Primo: oggi è in corso un tentativo di ricostruire il percorso di Moro e tutto ciò che Moro ha rappresentato quasi al di fuori del partito, quasi a prescindere dal suo rapporto con la Democrazia Cristiana. Si dice che Moro era un democristiano, si, ma “atipico”. E’ singolare tenuto conto che Moro è stato Presidente del partito, Segretario Nazionale ecc. Che cosa vuol dire parlare di un Moro “atipico”? E’ questo un interrogativo che mi lascia perplesso, anche perché se ripercorriamo alcuni fatti – e Craveri ne già ha ricordato alcuni – l’uomo di partito emerge con grande forza e grande chiarezza.
Secondo. Si deve riconoscere chiaramente che nella cosiddetta Prima Repubblica, la forza dei partiti non è stata alternativa alla centralità del Parlamento, le due cose sono andate insieme. La tentazione odierna è quella di pensare il contrario. A partire dalla stagione del 1992/1994, infatti, i partiti sono stati indicati come un elemento che indeboliva la forza del Parlamento. Si è andati quindi nella direzione di una riduzione retrospettiva di questo rapporto in sede di ricostruzione storica. Ma negli ultimi 20 anni – quando non c’è stato più il rapporto fra quei partiti e il Parlamento – abbiamo visto una diminuzione del ruolo del Parlamento, della sua centralità nella vita politica. Questo conferma che nel sistema di cui Aldo Moro è stato il massimo interprete, il massimo regista, c’è stata una saldatura tra la funzione dei partiti e il ruolo del Parlamento. La democrazia rappresentativa, nell’età dei partiti di massa, ha avuto forme diverse da quelle del regime liberale rappresentativo e tuttavia non si può e non si deve pensare, in sede storica, che il ruolo dei partiti sia stato negativo dal punto di vista della democrazia rappresentativa. Torno a ripeterlo, quel ruolo oggi non c’è più e la democrazia rappresentativa oggi soffre per una crisi, che non è solo italiana e che ha molto a che fare con il tramonto dei protagonisti politici che sono stati i partiti.
A proposito del rapporto tra Moro e il Parlamento, vorrei fare due esempi che mi paiono particolarmente interessanti. Il primo è il discorso che fece Moro nel 1977 in occasione del processo Lockheed, in difesa di Gui e Tanassi. Fu accusato di arroganza del potere per la famosa frase: “non ci lasceremo processare nelle piazze”. Questo discorso è molto interessante perché – se lo si analizza a fondo – dimostra che la maggiore preoccupazione di Moro in quel momento non era quella di difendere comunque la classe politica a prescindere dal merito degli addebiti formulati, puntando ad ogni costo nel proscioglimento dei parlamentari che in quel momento erano accusati di corruzione. La sua preoccupazione principale era un’altra, quella cioè di impedire che il parlamento si rendesse responsabile di “processo politico”.
Richiamò infatti i parlamentari alle loro gravi responsabilità. Indubbiamente, spiegò, essi non potevano non ascoltare l’opinione pubblica, preoccupata e critica verso la politica. Ma oltre la responsabilità di questo ascolto, c’era anche e soprattutto quella di non farsi condizionare da “un paese inquieto e impaziente”, come descriveva l’Italia di allora. I parlamentari dovevano ricordarsi di essere rappresentanti della nazione (insisteva su questa concezione che oggi viene messa in discussione dal dibattito sulle riforme costituzionali). Ciò imponeva loro una funzione di guida e in particolare era loro dovere non accettare dinamiche come quella del processo politico, del processo di piazza.
L’altro esempio che voglio ricordare è quello dell’ultimo discorso pubblico di Moro rivolto il 28 febbraio 1978 a deputati e senatori della D.C., riuniti insieme per discutere l’atteggiamento da assumere di fronte al governo Andreotti che di li a poco, il 16 marzo, si sarebbe presentato alle Camere per la fiducia. Questo discorso è molto interessante perché Moro motiva, in maniera dettagliata, le ragioni di un voto di fiducia a favore del governo che comprendeva nella maggioranza anche il Partito comunista. Era quindi un passaggio molto difficile. I discorsi di Moro sono conservati non solo nella stesura definitiva, ma anche nelle stesure provvisorie e a volte queste stesure sono sei o sette prima di arrivare al testo definitivo. Moro infatti dava una tale importanza ai suoi discorsi, soprattutto quelli che lui pronunciava in Parlamento, da ritenere fondamentale la correzione della forma con cui esprimeva il suo pensiero, per renderla più possibile aderente alla verità cui gli sembrava di essere pervenuto dopo lunga ricerca. Per lui il discorso e l’azione politica doveva avvicinarsi il più possibile alla verità e ciò rende i suoi appunti molto interessanti, perché espressivi di una ricerca e di una vivacità di pensiero che nel testo definitivo sembrano talvolta mancare.
Nel testo definitivo del 28 febbraio 1978 definì il risultato elettorale del 1976 – quello per cui egli stesso aveva parlato subito dopo le elezioni di “due vincitori” (P.C. e D.C.) – “una vittoria della Democrazia cristiana”. Nel discorso si parla anche di “un insperato successo” di questo partito. Questo discorso conferma che Moro non era affatto favorevole al compromesso storico. Indubbiamente, lo statista democristiano apprezzava l’atteggiamento del Partito comunista che non aveva infierito, dopo il ‘76, su una Dc in situazione molto difficile: non c’era più, infatti, in Parlamento una maggioranza politica perchè il centro-sinistra era finito per la volontà di De Martino. Moro era molto irritato coni i socialisti e De Martino per questa situazione e ciò traspare chiaramente anche da questo discorso. Ma nel complesso, nelle sue parole del 28 febbraio non c’è nulla di più di un apprezzamento per la correttezza dell’’atteggiamento comunista. C’erano invece un sofferto rispetto verso il Psi, l’attesa di una decantazione e la speranza che il Partito socialista tornasse indietro sui suoi passi. Insomma, la statua di Moro con l’ “Unità” in tasca è una forzatura.
In conclusione che cosa propose Moro in questo discorso all’assemblea dei parlamentari, tutta preoccupata e perplessa per l’accordo con il partito comunista rispetto al quale restavano distanze culturali ed ideologiche profonde? Moro rassicurò i parlamentari democristiani anche se disse che, come politici, bisognava prendersi la responsabilità di scelte coraggiose. Concluse infatti con la proposta di un accordo che definì “non politico”, “misurato”, legato al momento specifico, utile “a dare un po’ di respiro”, per permettere a tutti, in particolare alla D.C., di continuare, di far valere la propria identità. Per Moro era il Parlamento il luogo di questo accordo non politico. Gli accordi politici, infatti, sono sottoscritti dai partiti in modo diretto e in altre sedi. Ci sono invece tanti accordi in quella che Lijparth chiama la democrazia consensuale che sono la sostanza della vita politica anche se non sono accordi politici in senso pieno come quelli che devono sostenere una coalizione di governo (tra il ’76 e il ’79, infatti, c’è stata in Italia una maggioranza parlamentare di emergenza tra forze politiche non convergenti su uno stesso disegno).
La democrazia consensuale – e non c’è dubbio che Moro sia stato un grande protagonista della democrazia consensuale – è l’opposto di una democrazia maggioritaria esasperata e conflittuale. Per Moro, democrazia consensuale significava possibilità di una politica dinamica e non di una politica statica, possibilità di una politica che si sviluppa in tanti tipi diversi di accordi fra i partiti e il Parlamento è uno dei luoghi principali di incontro tra i partiti che rendono efficace e dinamica la democrazia rappresentativa. In questo modo il Parlamento diventa protagonista della politica nazionale. Il partito come lo intendeva Aldo Moro era insomma estremamente funzionale a una centralità, a una forza e a una dignità del Parlamento di cui oggi rimpiangiamo l’assenza. Grazie.
Prof. Giuseppe Vacca*
Grazie a voi. Solo qualche ricordo e una testimonianza. Io sono stato allievo di Aldo Moro, sia pure nell’ultimo corso di filosofia del diritto che ha tenuto all’Università di Bari nel 1956 – 57. Non fu un corso molto ricco di frequenze del Prof. Aldo Moro che era sovraccarico di impegni infatti poi passò alla Facoltà di Scienze politiche a Roma. Mi colpiva soprattutto la dispensa che ci faceva leggere. Parto da qui perché mi incuriosì fin da allora il pensiero di Moro. Man mano che mi inoltravo nel mio curriculum universitario che poi feci anche la tesi in filosofia del diritto su Benedetto Croce con Dell’Andro. Dovendo discutere con Dell’Andro che era figlio di una collega di mia madre sebbene più anziano, mi disse non riesco a seguire una tesi su Croce ma disse in qualche modo faremo. Soprattutto attraverso l’approfondimento degli studi di filosofia del diritto fui condotto alle dispense dei primi corsi di Moro sullo Stato. Perché parto da questo ricordo? perchè è quell’idea dello Stato. Si può usare la parola Stato come termine generico ma significativo, come ha esordito Gerardo, dello Stato democratico dell’inclusione e della circolazione verticale del rapporto tra dirigenti e diretti, tra rappresentanti e rappresentati che dá quel tono particolare anche al filo conduttore della strategia politica di Moro in una situazione che però dal ’47 è bloccata e che lui definisce di democrazia difficile. Ho detto che farò solo qualche ricordo e da questo punto di vista mi ha colpito il ricordo, che credo sia sul suo memoriale, di aver votato contro l’esclusione dei socialisti e dei comunisti dal governo nel ’47, credo appena nominato capogruppo. Questo perché Moro ha sempre considerato reciprocamente alternativi, il partito di ispirazione cristiana e il partito comunista, questo degasperiano, sostanzialmente, sia pure di quel De Gasperi di cui il centrismo cammina verso sinistra. Allora qual è il punto? È che c’è un’idea della parlamentarizzazione come unica risposta democratica alla complessità, alla debolezza, alla intensità e acutezza del conflitto sociale nella società di massa. Da questo punto di vista c’è una parentela chiara con Max Weber, il massimo teorico della parlamentarizzazione, però ha ragione Craveri la vicenda italiana per alcune particolarità che hanno a che fare con la natura peculiare sui partiti di massa della giovane democrazia italiana che vede sia sul versante dei comunisti, sia sul versante del partito cattolico rispondere al fatto che si eredita non solo quella catastrofe ma anche una straordinaria esperienza di mobilitazione psicologica e politicizzazione dall’alto delle masse in a cui non si può e non si deve tornare. Bisogna trovare una risposta democratica che sta nell’idea dello sviluppo della democrazia parlamentare nella direzione della Costituzione in senso materiale che include il sistema dei partiti. Naturalmente, io sono d’accordo con Giovagnoli, mi dispiace sia andato via, c’è un problema presente già allora. Ci sono scambi di lettera tra Nenni e Togliatti per esempio molto significativi. Come si fa, essendo una situazione di democrazia senza alternanza, ad evitare lo slittamento del sistema dei partiti via via fino a coincidere con il sistema istituzionale. Della continuità ininterrotta di chi sta al governo e non può essere alternato e dell’attrazione fatale ma anche della vocazione di chi si sente partito di governo, come quello comunista, ma che non ha mai potuto governare. non è esistita la conventio ad excludendum perché sapeva benissimo che avrebbe dovuto rinunciare ad essere un partito comunista nella sfida delle alleanze occidentali obbligate. Però voleva guadagnare il ruolo, anche con un’influenza sulle dinamiche dell’evoluzione istituzionale del Paese per essere sempre più un governo capace di governare all’opposizione creando questo strano fenomeno che è stato ricchissimo e poi non a caso quando nasce una crisi di governabilità, come nasce nel ’76, si innesca una crisi organica. Altro elemento che vorrei ricordare è che Dell’Andro, proprio all’inizio degli anni ’60, insieme al Preside della facoltà, a cui piaceva fare qualcosa che testimoniasse la sua attenzione per Moro che appunto era fuorché democratico, fuorché cattolico, era un vecchio fascista, però era una persona di spirito e diceva noi siamo gli eredi di uno spirito mercantile Lauro, di questa città. Stiamo molto attenti nei punti di forza e quindi prendiamo atto e rispettiamo chiunque. Questo lo diceva il capo della opposizione nella facoltá. Il capo di una forza non grande come era il Pci ma che aveva questo rapporto di lavoro. Per due o tre anni furono organizzati dei seminari sul pensiero di Giuseppe Capograssi. Pur apprezzando radicalmente il lavoro di ricostruzione che Renato ha fatto sulla formazione di Moro, continuo a ritenere, ma non ho sufficienti prove per dire se e in che misura c’è stata un’influenza di Giuseppe Capograssi nella formazione del concetto moroteo dello Stato. Già allora trovavo queste assonanze. Cominciando ad essere felicemente familiarizzato col pensiero di questo grande filosofo italiano, forse dopo Croce e Gentile, il più grande del novecento italiano. E lo trovo anche nel fatto che non credo che fosse per i buoni rapporti con Togliatti. Personali che si instaurano e che Moro testimonia nei memoriali ricordando anche come con Togliatti si era trovato assolutamente a suo agio più che con qualunquo altro capo politico negli anni difficili in cui era stato capogruppo della DC. Non ho fatto degli studi approfonditi su questo, con pochi documenti della storia della costituente e delle commissioni e sottocommissioni che ho visti, forse l’unico a parte Togliatti, qualche raro costituente comunista che è capace di assumere le innovazioni del pensiero portato avanti da Togliatti usa il termine democrazia progressiva. E l scrive. Ecco questi sono un po’ i miei ricordi, per cui cosa sia e quale sia l’importanza della centralità del Parlamento per Moro è stato già ampiamente ricordato. Agostino, parlando prima di me, ha fatto due esempi che anche io avrei voluto fare, cioè quella del discorso della Loockheed che io ascoltai e interpretai sin da allora nella chiave riproposta da Agostino. Il Paese era scosso dall’inizio dell’antipolitica e da un diffuso uso degli intellettuali per alimentare un clima di processo alla classe dirigente, di riduzione delle Istituzioni allo slogan del palazzo. era sacrosanta la risposta di Moro ” non ci faremo processare” . Così come il discorso del 28 febbraio 1978 che è quello che ha ricordato in termini essenziali, Agostino Giovagnoli, col senno di poi, credo di poter dire che aveva ragione Giorgio Napolitano nel dire che il peggior limite del modo con il quale il PCI affrontò l’emergenza e la crisi di governabilità post 1976 fu quella di non essere quanto meno attivo nel cercare una forma limitata di accordo, una forma autorale di grande coalizione oppure un accordo transitorio, ma esplicito. Questa fu la grave responsabilità transitoria comunista dell’epoca. Questi sono un po’ i ricordi che volevo consegnare insieme a qualcosa che rimpiango perché sono totalmente d’accordo con Piero Craveri, e non da oggi, che con il fallimento di quella stagione finisce la prima Repubblica. E non finisce senza autori anche per ragioni valide oggettivamente di mettere fine ad una straordinaria anomalia. Perché un’anomalia era la DC rispetto agli altri partiti tradizionali di governo più o meno di ispirazione cattolica negli altri Paesi europei. Un’anomalia era il partito comunista né Comunista né socialdemocratico e soprattutto una correlazione di questi due attori era, per un’Italia scossa da una crisi senza soluzioni, un agente di diffusione di instabilità che non poteva che moltiplicare i suoi nemici a destra. Era un Paese senza amici in preda ad una crisi in cui era sorto un nuovo attore politico, Moro non a caso ha usato un particolare nel memoriale, la nozione di “partito armato” che non è l’equivalente di BR, non è l’equivalente di terrorismo. Vuol dire che c’è un altro attore politico che in qualche modo attraverso l’eliminazione dell’agnello sacrificale ma che è anche il perno di un equilibrio dinamico e di incerto futuro viene liquidato e viene liquidata anche l’anomalia che non è detto sarebbe stata liquidata allo stesso modo quando, nel giro di due o tre anni, cambiava di nuovo il contesto internazionale passando dalle contrapposizioni bipolari, c’era la nuova guerra fredda e ci sarebbe stata una nuova stabilità, ma l’Italia ci sarebbe arrivata in un altro modo.
PRESIDENTE BIANCO: Ringrazio il Prof. Vacca e gli altri relatori. Penso sia stata una tavola rotonda molto interessante. Grazie per la vostra presenza. Faremo sapere il proseguo delle iniziative, a settembre riprenderemo i lavori. Vi faccio gli auguri di buone vacanze.
* testo non rivisto dall’autore