Un pezzo di storia: BARTOLO CICCARDINI e I SUOI ANNI ALL’ENI
intervistato dall’Archivio Storico ENI il 3 marzo2014 su “L’ UFFICIO PUBBLICITA’ di MATTEI ”
(Nota di Accorinti: BARTOLO ai tempi di MATTEI -che noi giovani AGIP chiamavamo IL PRINCIPALE – lavorava all’AGIP Commerciale a Roma -fu lì che ci conoscemmo alla metà degli anni ’50; Lui, anche senza avere il grado aziendale, di fatto era il primo Collaboratore dell’Ing. MATTEI per la pubblicità settore che era uno dei tanti che l’Ing. MATTEI seguivapersonalmente -sic!!– .
Naturalmente l’ARCHIVO STORICO ENI che aveva poco materiale del tempo fu subito interessato ad intervistare BARTOLO: e grazie a Dio fece appena in tempo a registrare una lunga intervista pochi mesi prima che BARTOLO ci lasciasse. Per l’occasione BARTOLO si era presentato con un Suo testo-promemoria: alla fine dell’intervista lo lasciò all’ENI e questo che segue è proprio il testo che Lui si era preparato: la vera e propria intervista video è molto lunga e l’ENI poi ne ha mandato copia alla Moglie e ai Figli)
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Nel 1953 due gruppi di giovani che avevano dato vita a due riviste (“Il Mulino” e “Terza Generazione”) organizzarono un centro di preparazione politico-amministrativa “CPPA” diretto da Gino Giugni e da Gianni Baget Bozzo con l’aiuto finanziario dell’ENI, dell’IRI e della Olivetti. Il “CPPA” è stato il tentativo di una scuola per “adviser” (una figura professionale non ancora ben determinata, che avrebbe dovuto preparare quelli che poi si sarebbero chiamati consulenti o manager).
L’Italia si preparava ad una crescita impetuosa e brillante e i tre gruppi più importanti nella innovazione erano appunto la giovanissima ENI, la più stagionata IRI e la modernissima Olivetti.
Il corso si teneva in Via di Porta Pinciana, nella sede della Olivetti. L’IRI stava a quattro passi, all’inizio di Via Veneto, e l’Eni era sistemato in una piccola palazzina dietro l’angolo di Porta Pinciana con Via Lombardia. Alle spalle della sede della Olivetti c’era l’albergo Eden dove Mattei risiedeva quando stava a Roma. Alla fine del corso gli organizzatori, che appartenevano al gruppo del filosofo Felice Balbo, che sarebbe andato poi a dirigere la formazione dei quadri dell’IRI, si resero conto che l’investimento di energie intellettuali, di capacità professionali e di mezzi finanziari per formare 15-20 quadri giovanili, era eccessivo e che sarebbe stato meglio studiare e realizzare una formazione dei quadri “domestica” all’interno delle aziende, cosa che si verificò puntualmente. Il gruppo del CPPA trovò sbocco alla Svimez, alla RAI, all’IRI, alla Olivetti. Nell’Eni non esisteva una vera e propria scuola, ma il gruppo dei giovani dirigenti selezionati personalmente da Mattei sarà sottoposto ad una forte politica formativa aziendale (anche con l’intervento della più grande società di formazione americana, la Booz-Allen). La riunione della liquidazione del CPPA, che fu anche la riunione che decise nuove iniziative, era presieduta dal Prof. Faleschini, matematico con ascendenza filosofica, discepolo di Wittgenstein, assistente di Mattei, che ebbe il merito di introdurre all’ENI la classificazione matematica. Era un personaggio straordinario, attivissimo, molto intelligente, molto colto, decisionista e simpatico ordinario di statica dell’Università Cattolica, allievo del Prof. Marcello Boldrini di Matelica, presidente dell’AGIP. Si esaminarono diversi progetti. Ad un certo punto Faleschini mi dette la parola, domandandomi se avevo qualche progetto in mente. Io gli risposi che mi sarebbe piaciuto dedicarmi ad una società per eseguire i sondaggi, cosa che ancora non esisteva in Italia.
Era un mio sogno ed una mia fantasia, che piacque al Prof. Luigi Faleschini, il quale disse: “La faremo, ma nel frattempo vieni domani mattina da me, perché vorrei mettere in piedi l’Ufficio Pubblicità dell’ENI”.
La storia ha talvolta delle casualità molto significative. Marcello Boldrini era di Matelica ed era professore all’Università Cattolica. Nel periodo della guerra aveva organizzato un gruppo di professori della Cattolica che si incontravano per studiare quello che sarebbe successo dopo la prevedibile sconfitta bellica. Il gruppo dei professori era composto da Boldrini, Fanfani, Dossetti, Lazzati, La Pira, che erano collegati anche con un gruppo di economisti valtellinesi (Vanoni, Saraceno, Paronetto). Questo gruppo poi dette luogo al Codice di Camaldoli, che sarà il programma di ricostruzione dell’Italia, adottato dalla DC, in cui si stabiliva anche la necessità delle Aziende di Stato per realizzare una economia sociale. Il giovane Mattei, che si occupava di una sua piccola industria a Milano, viveva nello stesso stabile del suo compaesano, Prof. Boldrini. Date le difficoltà di circolazione del periodo bellico, si prestava volentieri e gentilmente a portare in una piccola automobile il professore alle riunioni di quel gruppo. Arrivato l’8 settembre Mattei si trovò in questa maniera coinvolto nei gruppi democratici-cristiani e nella Resistenza. Per la sua bravura e per le sue doti divenne addirittura uno dei capi della Resistenza e membro del Governo CLNAI (Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia). Non c’è da stupirsi che De Gasperi e Vanoni scegliessero Mattei, giovane industriale e grande partigiano, per metterlo a capo di un’azienda petrolifera da liquidare. E non c’è da stupirsi che la sua “disobbedienza” provvidente e preveggente fosse, non solo tollerata, ma persino difesa dal gruppo dei “professorini” divenuti uomini di Governo. Boldrini diventò Presidente dell’Agip ed il suo assistente Faleschini fu per un certo periodo il braccio destro che mise in piedi l’Eni, come timpano della grande Agip.
Io allora ero stato direttore di due riviste con un pubblico giovanile molto limitato,ma che avevano, in modo diverso, una bella veste tipografica.
Del resto io avevo cominciato a quindici anni ad andare in tipografia la mattina all’alba del lunedì a comporre il giornale della mia città, dove facevo il liceo: Perugia.
Allora era un lavoro molto artigianale: i titoli si facevano con i caratteri mobili, prendendoli da grandi cassette, il testo si fondeva su delle sbarrette di piombo con la linotype, i pezzi si componevano sul piano tipografico legandoli con degli spaghi, e l’impaginazione si realizzava come una costruzione dei Lego. Io andavo in tipografia a fare manualmente le mie due riviste e mi ero fatto una piccola fama di bravo impaginatore, copiando giovanilmente gli esempi francesi, allora di gran moda, ed i caratteri tipografici svizzeri, che allora erano una novità. (Ricordo le liti furibonde con i tipografi che non volevano usare il bellissimo carattere “bastoni” perché era quello con cui si scrivevano i manifesti funerari).
In un’Italia come quella degli anni ’50, che stava esplodendo per vivacità ed attività, questa esperienza sembrava sufficiente per andare a mettere in piedi l’Ufficio Pubblicità di quella che sarebbe diventata la più grande azienda italiana.
A parte l’azzardo del Prof. Faleschini di avere chiamato me, devo sottolineare la grande audacia di Mattei. Allora le aziende non avevano dei veri e propri uffici pubblicitari. Ed erano pochissime anche le agenzie pubblicitarie. Tutto si faceva all’interno delle direzioni commerciali, anche se la pubblicità degli anni ’30 e degli anni ’40 era caratterizzata dalla presenza di grandi cartellonisti, come Seneca, venuti dalle file del futurismo e della ottima propaganda del partito fascista.
Al primo piano del palazzetto di Via Lombardia, c’erano il piccolo studio di Mattei (che aveva il suo ufficio principale in Via del Tritone) insieme alla stanza ribollente del Prof. Faleschini. Esattamente sopra in due stanzette ed in uno stanzone, prese posto l’Ufficio Pubblicità.
Io scelsi per realizzare il progetto tre ragazzi: Armando Vedaldi, Giorgio Scalco, Enrico Ascione.
Vedaldi era il capo redattore di Ricerca, rivista della Fuci ed è stato il primo copy-righter. Giorgio Scalco era un giovane pittore veneto, scappato di casa, rifugiato a Roma per fare il pittore, che aveva fatto delle illustrazioni per le mie precedenti riviste.
Enrico Ascione era il redattore capo di una grande rivista: “L’Architettura”, diretta da Bruno Zevi.
Giorgio Scalco dopo i primi anni riprese il suo cammino di pittore ed oggi è un grande pittore molto conosciuto in America. Vedaldi riprese presto la sua carriera di giornalista. Ed Ascione è stato un importante innovatore nel settore delle mostre dove l’Eni aveva sempre una presenza di grande prestigio e di forte innovazione. Si aggiunsero poi Marco Armani, che era un disegnatore realista, molto bravo; Dino Vignali, riconoscibilissimo per un suo disegno umoristico, fortemente caratterizzato; e Marco Pippa, grafico veneziano d’avanguardia, con grande personalità.
Per prova d’esame facemmo il progetto generale della pubblicità delle aziende dell’Eni e presentammo in tutti i suoi particolari la campagna Agipgas.
Quella prima campagna era molto sofisticata ed anche molto “disegnata” rispetto al livello della pubblicità di quegli anni. Tuttavia non piaceva a Mattei. In quel tempo Mattei voleva vedere personalmente i bozzetti, gli slogan e le realizzazioni.
Ed aveva ragione perché aveva un grande istinto pubblicitario. Considerava la pubblicità un investimento. Diceva: “Se metto un miliardo e ne ricavo due, la pubblicità è buona”. Aveva anche un intuito pratico su quello che sarà poi chiamato marketing. Voleva dimostrare che la bombola del gas costava meno fatica e meno soldi di ogni altro tipo di cottura casalinga ed intuiva che da lì cominciava la liberazione delle donne.
Nei carburanti sopravvalutava la potenza, a cui dava molta importanza secondo un’idea del motore tutta italiana, coltivata dai grandi assi dell’automobilismo. Ma questo piaceva agli italiani. Anche se il numero di ottani di cui ci siamo vantati, non era l’ottimo nei carburanti.
Mattei era molto accurato nel seguire il lavoro dei dirigenti. Il nostro ufficio non aveva una struttura ben definita, dipendeva direttamente da Danilo Accivile, uomo di fiducia di Mattei che presiedeva al delicatissimo Ufficio Acquisti. Però io ho avuto l’occasione di presentare diverse volte le nostre proposte direttamente a Mattei. Mi è rimasta sempre l’impressione del modo di lavorare di Mattei: voleva appunti di poche righe, che approvava o disapprovava velocemente ed aveva la grandissima capacità di individuare l’errore nei progetti che sembrava avesse esaminato con noncuranza. Sulla pubblicità dell’Agipgas aveva un incontrastato dominio il Colonnello Argentòn, della squadra dei partigiani di Mattei, autoritario ed incontentabile.
L’atmosfera di Via Lombardia era ribollente. Vi capitavano grandi giornalisti come Ruffolo, Pirani, Di Stefano, Maggini. Veniva Attilio Bertolucci, che era anche un graned poeta, a fare il “Gatto Selvatico”. Si serviva dei nostri disegnatori e noi sfruttavamo anche il suo intuito letterario. Talvolta portava il figlio Bernardo, che sarebbe stato poi un grande regista cinematografico, che aveva in mente grandi progetti cinematografici.
Anche io ho scritto degli articoli per il “gatto Selvatico” ed un nostro collaboratore, Bertelli, faceva persino le parole crociate, suscitando grandi proteste perché talvolta erano sbagliate. Leonardo Sinisgalli era di casa, sempre pieno di idee e grande affabulatore. Sinisgalli poi diventerà anche direttore dell’Ufficio pubblicità dell’Eni.
Dirigeva “Civiltà delle macchine” ed illustrò un grande romanzo di fantascienza (allora era una novità assoluta) intitolato “Sans Souci”, di cui era autore Giuseppe Vaccarino (filosofo della scienza), con i disegni del nostro Vignali.
Sullo stesso piano ribolliva di iniziative il grandissimo ufficio stampa di Tito di Stefano, che dirigeva a colpi di cannone la battaglia impegnata contro Don Luigi Sturzo, il Giornale d’Italia e l’ambasciatrice americana Clare Boothe Luce nemici dichiarati delle Industrie di Stato. Lì bazzicavano anche quando venivano a Roma, Italo Pietra ed i Redattori de “Il Giorno”, il quotidiano più innovativo di questa epoca, che introdusse i fumetti nella cultura italiana: Jeff Hawke, Dan Dare, Linus van Pelt dei Peanunts, Jane.
Franco Briatico era un focoso ed agitato tessitore di trame politiche, che teneva i rapporti con Marcora, partigiano di Mattei, con il gruppo di Vanoni e con tutti i difensori dell’impresa pubblica che avrebbe rovesciato l’economia italiana fornendola di energia. Ma allora ancora non lo sapevamo.
Un capitolo a parte era costituito dal gruppo dei patiti dell’automobile, guidato da Petitti, il tecnico del Gran Premio Supercortemaggiore, anche se il sapido manifesto era stato disegnato da Vignali (ed è, per me, un capolavoro di quell’epoca). L’aspetto tecnico, i regolamenti del Rally Cortemaggiore- Sanremo, il concorso delle 50 giuliette che venivano estratte fra i clienti della nascente rete, era dominio riservato degli adoratori dell’automobile. Il geloso custode di questo paradiso tutto italiano era Petitti, che era capace di dirigere una grande corsa, di organizzare il festival di Sanremo, quello vero, dedicato al Supercorte Maggiore, di far sfilare le 50 Giuliette del concorso a premi per tutta Italia, superando con fortuna cadute di elicotteri, incidenti stradali e conflitti con le autorità locali.
Io avevo da poco comprato una Topolino ed il grande storico dell’automobile Canestrini mi insegnò a posteggiare in retromarcia vicino al marciapiede, con una tecnica precisa che io chiamo ancora “la manovra Canestrini”.
Nacque da lì un’amicizia che io sfruttai a fondo quando fece nel 1963, per la televisione italiana, una trasmissione televisiva in tre puntate intitolata: “La storia dell’automobile”, che ogni tanto ricompare sugli schermi, in piena notte.
Devo dire con grande immodestia che l’Ufficio Pubblicità con pochissimi collaboratori, faceva un lavoro che io stento perfino a credere e che renderebbe ricchissima ogni agenzia. Si faceva la pubblicità dell’Agip e del suo prodotto migliore “la Supercortemaggiore”, il prodotto che ebbe un favoloso successo con il nome più antipubblicitario che si potesse immaginare. Il cane a sei zampe, che era opera di un disegnatore precedente all’Ufficio pubblicità, era allora l’emblema del carburante.
Ci occupavamo dell’Agipgas che aveva come emblema un Gatto con la coda accesa a fiammella, evidente adattamento casalingo del cane a sei zampe che non ebbe lo stesso successo.
Ma ci occupavamo anche dei fertilizzanti dell’Agip, del nuovo Pignone, il cui acquisto il sindaco Giorgio La Pira (per ordine dello Spirito Santo) impose al riluttante Mattei, della Snam e dei suoi futuristici ponti per gasdotti. Ci occupavamo delle cucine, dei frigoriferi e delle bombole dell’Ariston, omaggio filiale dell’Ing. Mattei alla sua valle marchigiana.
Io mi glorio ancora di avere fatto, nello scetticismo generale, in obbedienza alla mia prima vocazione, la prima ricerca di mercato per un prodotto italiano. L’Eni aveva ereditato dal fallimento della Brioschi una margarina, che si chiamava Flavina. L’idea di mettere sul mercato una margarina, prodotta da una società che si occupava di petrolio appariva una “mission impossible” per molti, ma non per Mattei. Però ci parve necessario, copiando gli americani, di fare prima un sondaggio con la Doxa, che aveva rubato l’idea della società di sondaggio a Faleschini e a me.
Ascione da solo faceva padiglioni per una serie straordinaria di Fiere a cominciare dalla Fiera di Milano e dalla Fiera di Verona. Facemmo un primo calendario, dedicato alla bomboletta di gas per i campeggi, calendario che poi ebbe una sua storia. Facemmo una serie di caroselli con Dario Fò e Franca Rame in cucina. Oggi sono raccapriccianti, ma in compenso uno dei due ha preso il Premio Nobel e l’altra, che non l’ha preso, se lo meritava ancora di più , per la sua bellezza.
I caroselli su Super Corte Maggiore li faceva un registra di nome Luciano Emmer con Franca Valeri e Gabriele Ferzetti.
Usavamo le immagini di Walter Chiari, di Mario Riva, di Eleonora Rossi Drago, di Silvia Koscina, di Rossana Podestà. Fred Buscaglione fece la parodia di se stesso sostituendo la sua canzone “Che bambola”, con una che diceva “Che bombola”. Sergio Levi, che poi diresse l’ufficio pubblicità per un qualche periodo, importò i Fréres Jacques, un sofisticato numero di mimi francesi, della scuola di Jean-Louis Barrault. A muoversi in mezzo a questa inestricabile selva di progetti era un mago della organizzazione come Jacopo Gaudenzi, che fu l’anima pragmatica delle gestioni di Sergio Levi, di Ruffolo e di Sinisgalli. Divenne famoso quando alla Fiera di Verona, Ascione immaginò che lo stand sorgesse in un prato verde. La mattina dell’apertura della Fiera ci si accorse che, in quella stagione, il prato era orribile e marrone. Gaudenzi fece sciogliere una vernice verde nell’acqua e con un innaffiatoio verniciò il prato, rimasto nella storia, come il famoso prato verde dell’Eni.
La mia breve storia nell’ENI ebbe però delle conseguenze che qui voglio ricordare per dimostrare quanto grande fosse la capacità dell’Eni di rinnovare il Paese, anche nelle zone di non sua stretta competenza. La piccola fama che mi ero fatto suggerì a Dossetti di chiedermi in prestito a Mattei, come tecnico delle comunicazioni per la sua storica campagna alle elezioni amministrative di Bologna del 1956. Mattei memore delle riunioni degli anni ’40, disse di si ed io dove consumai a Bologna tutte la mie ferie. Al mio ritorno fui dirottato a seguire i lavori della Booz Allen, dove imparai un sacco di cose. Mattei aveva adottato la Booz Allen per rinnovare l’organizzazione dell’Agip, che poi di fatto rinnovò, ma a modo suo. Fra di noi girava una storiella: tutti i volumetti particolareggiati delle lezioni incominciavano con l’avvertimento: “Attacca la spina”. Infatti se non si fosse attaccata la spina non avrebbe funzionato la lavagna sulla quale si proiettavano gli schemi delle lezioni. Questa cosa divertiva moltissimo noi italiani che ci ritenevamo troppo intelligenti per non sapere che bisognava attaccare la spina. Nella vita, poi, mi dovetti rendere conto che c’è un sacco di gente che pretende di adoperare la lavagna senza attaccare la spina, anche fra gli italiani. Nel ’57, Fanfani chiese a Mattei che io andassi a vedere con Franco Maria Malfatti la campagna elettorale di Adenauer “Keine Adventure”. Preparammo così la campagna di Fanfani del ’58: “Progresso senza avventure”.
Facemmo il primo sondaggio elettorale italiano, sempre con la Doxa (dei miei sogni), facemmo una campagna con i cinemobili, i film, i cartoni animati (di marca francese), le canzoni e “Votare” sull’aria di “Volare” di Modugno pattuita con Garinei e Giovannini.
Per la scuola dell’ENI, anche in politica, eravamo diventati i più moderni.
Bartolo Ciccardini