Intervento di Guido Bodrato alla presentazione del libro del sen. Eufemi a Chieri
presentazione del libro “Pagine democristiane”
Chieri – Sala della Conceria – 17 marzo 2018
Partirei da qualche riflessione su questo libro. E’ l’occasione di incontro e che quindi richiede qualche riferimento al tempo che Eufemi affronta e alle valutazioni che esprime in questo libro, evidentemente ponendosi esplicitamente – credo che questo vada detto e riconosciuto perché ci possano certamente ci possono essere delle diverse interpretazioni – dalla parte della Democrazia Cristiana.
Non è un libro di critica, ma non è nemmeno libro che si possa prendere come libro di propaganda postuma su quello che è stato il ruolo e le scelte che questo partito ha fatto in un tempo che è ormai è abbastanza lontano.
Dicevo prima a qualche amico poco fa. Ho fatto il liceo a Brà che era il collegio elettorale di Giolitti. Ho fatto il liceo nei primissimi anni cinquanta, tra il 1949 e il 1952. E che era esistito Giolitti non che era stato Giolitti, ma che era esistito lo ho imparato qualche anno dopo all’Università. Erano passati 24 – 25 anni da quando Giolitti aveva ceduto il passo alla marcia su Roma, eppure quella immagine era stata non dimenticata, cancellata. Non c’era più.
Che la Democrazia Cristiana non c’è più è dal 1993-1994. Non sono 25 anni, ma poco ci manca. E che è morto, ucciso dalle Brigate Rosse, l’Onorevole Moro lo sappiamo, perché è in questi giorni che se ne parla, sono passati quaranta anni. Quindi dobbiamo fare i conti con il tempo che passa, con le nuove generazioni che di quegli anni lontani non sanno assolutamente nulla o meglio sanno quello che a loro raccontano i giornali e la televisione e chi ha vissuto quegli hanno sa che non sempre quello che si racconta è la verità e le verità sono tante. Però ce ne sono alcune di più credibili e altre meno credibili. Quindi ricostruire un tempo che è passato, darne una valutazione corretta che può essere anche base di discussione non è cosa facile. Credo che Eufemi abbia scelto una strada giusta. Anche se ripeto è una lettura di parte, non è una lettura del tutto neutrale, ma è una lettura di chi ha seguito quelle vicende e il suo racconto non è fondato solo sulla sua memoria o sul suo giudizio, ma è fondato sui documenti su ciò che è accaduto ed è registrato nelle decisioni che il dibattito parlamentare ha portato in qualche modo a delle conclusioni. C’è una sua fondamentale verità che può essere contestata, ma partendo, come ha fatto l’autore del libro, dalle documentazioni verificabili. La prima osservazione che farei a chi ha interesse a leggere questo documento: la narrazione parte da una data significativa della storia nazionale. Parte dal 1978. C’è tutta una parte precedente che è anche quella storia del paese, storia della Democrazia Cristiana e che è storia delle scelte che sono state fatte e che hanno portato dopo il disastro della guerra ad una realtà nella quale c’è stato addirittura un tempo che ci sembra quasi una favola nella quale la lira ha avuto il Nobel delle monete perché era diventata la moneta più forte del mondo occidentale, anche questa è storia.
Non è in questo libro, così come un tema che questo libro affronta che è quello del percorso politico che ci ha portato ad essere paese fondatori della Comunità europea è una storia che comincia prima, che inizia negli anni cinquanta, che inizia con De Gasperi. Oggi tutti riconoscono che De Gasperi è stato uno statista. Quando si vuole indicare tra gli italiani uno statista si dice De Gasperi. Addirittura e questo accade anche in questi giorni per Moro, se si riconosce che quello è stato uno statista, ma era democristiano si cerca subito di dire lui si, ma il suo partito no. Si cerca di contrapporre una immagine a quella del partito a cui lui apparteneva. Non c’è dubbio che è stato il migliore della Democrazia Cristiana De Gasperi, ma è difficile immaginare che De Gasperi avrebbe potuto fare quello che ha fatto se fosse stato in contrasto radicale, come si intende a presentare, con il suo partito. La stessa cosa accade un po’ con Moro. Si tende addirittura qualche volta a immaginare che Moro sia stato ucciso fisicamente dalle Brigate Rosse, ma quasi spinto a questa conclusione dal partito al quale lui apparteneva che lo avrebbe abbandonato condannandolo così a una morte cruenta. Quindi bisogna collocare meglio nella storia le cose che sono accadute. Il cammino verso l’Europa, in questo momento lo vediamo meglio se guardiamo a quello che sta accadendo nel mondo, è iniziato tra sei paesi che in quegli anni appartenevano nelle loro maggioranze politiche tutte a partiti democratico cristiani. Infatti i primi storici che ne hanno parlato dell’Europa hanno detto si è realizzato questo passo fondamentale perché erano tutte persone che avevano due caratteristiche: la prima erano tutti di ispirazione cristiana e la seconda parlavano tutte tedesco, perché De Gasperi veniva da una regione che fino al 1918 era una regione dell’Austria, anche se lui rappresentava nel parlamento austriaco gli italiani dell’Alto Adige. Quindi la storia è molte volte più complicata di come la raccontano e se non si capisce che complicata, non si capisce la storia. Noi siamo indotti molte volte a credere che sia tutto semplice e invece è tutto complicato.
C’è qualche cosa che capita in questi giorni che ci fa riflettere sul passato.
Trump sta dichiarando una guerra commerciale. Se non avessimo avuto l’Europa avremmo vissuto in Europa in un clima di guerre commerciali. I paesi che pagano il prezzo più alto dalle guerre commerciali sono i paesi più deboli. L’Italia che aveva nel 1947 – 1948, il 42 per cento della popolazione che viveva in campagna sarebbe diventata un sistema industriale con la guerra commerciale con gli altri paesi europei?
Ma poniamo anche quest’altra riflessione.
Quelli che definiscono sovranisti in contrasto con quelli che sono definiti comunitari quelli che vogliono un ritorno alla nazione, alla Italia da sola, “ prima l’Italia”. Uber allen era uno slogan nazista.
Uber Allen prima che si dicesse “prima l’America” per qualche anno In Europa e poi è finita con una guerra mondiale; si diceva Uber Allen prima la Germania, se in Italia e in Europa torniamo al nazionalismo, torniamo ai dazi, torniamo alla guerra commerciale e la guerra commerciale precede altre situazioni più difficili e sanguinose.
Non a caso l’Europa si regge sul rapporto tra Francia e Germania cioè fra due paesi che sono stati all’origini delle guerre mondiali, per il carbone e per l’acciaio. E con l’Europa hanno capito che sul carbone e sull’acciaio bisogna essere europei cioè fare un accordo. Tornare a prima non significa tornare all’età dell’oro. Le persone più anziane sanno che non era l’età dell’oro e sanno anche che – frequentemente cito queste due persone – Revelli e Giacomo Olivi, due che erano andati in guerra volontari, per una guerra di civiltà, sono tornati dal fronte russo e sono diventati poi capi partigiani. Il loro antifascismo non è nato nel bolscevismo, è nato per il rifiuto di una politica di potenza che era finita in un disastro. Riflettiamo su questi ritorni al passato.
L’Europa è nata per evitare che si ripetessero i conflitti del passato, le competizioni economiche del passato, per evitare quindi di ricadere negli gli errori che avevano segnato la storia, non soltanto italiana, ma anche di altri paesi. E quella scelta è andata poi avanti come inevitabilmente deve andare avanti una scelta che metta insieme delle realtà diverse; se non si riconosce che l’Europa è fatta di realtà diverse, ma che l’obiettivo è di metterle insieme e di evitare che essendo diverse diventino nemiche, ma per cercare di farle sulla base di una diversità che deve essere riconosciuta e rispettata, però un punto di convergenza e di collaborazione, non si va molto lontano. Non è stato facile in Europa. Gli anni a cui si riferisce questo libro erano gli anni in cui l’Europa andata molto avanti molto. C’era già il mercato comune. Non era ancora mercato Unico. Anche qui le parole hanno un significato, ma non sottilizziamo su questo. Ci si rendeva conto che per reggere un mercato comune, farlo diventare un soggetto nella economia mondiale era necessario che dietro questo mercato unico ci fosse un riferimento economico concreto che si chiama: moneta.
Quando si dice Stati Uniti d’Europa e si dice come gli Stati Uniti, bisogna riconoscere che negli Stati Uniti è vero che hanno una lingua unica anche se che fra dieci anni la lingua prevalente per gli americani sarà lo spagnolo, quindi non avranno più una lingua unica, ma hanno una moneta unica che è il dollaro con il quale si fanno gli scambi mondiali, con il quale si valuta quanto costa l’energia, quanto costa il petrolio e l’Europa tutto questo non l’aveva.
Quindi la strada era giusta, starei per dire inevitabile. Qualche paese europeo non l’ha accettata. La Gran Bretagna è entrata in Europa, ma ha mantenuto la sterlina. Non è che la situazione economica è andata meglio solo perché aveva la sterlina come quando qualche volta si dice torniamo alla lira. La lira era diventata, dopo un exploit degli anni sessanta, una moneta debole.
Quelli che non volevano l’euro era quelli che avevano il marco tedesco, perchè era il marco tedesco che era la moneta forte. E chi ha convinto i tedeschi ad accettare l’euro è stato Kohl. Contro la banca tedesca, non a favore della banca tedesca, perché Kohl era un europeista. Lo ha fatto quando la Germania era ancora divisa e Kohl è la stessa persona che, come è caduto il muro di Berlino, ha riunificato la Germania, non per un referendum, ma perché ha capito che quella era la storia.
E la Germania unita è entrata nell’Europa ed è diventata il paese più forte dell’Europa perché era un paese unito. Quindi è stato un percorso difficile e complicato anche con delle contraddizioni e in quegli anni – questo libro lo documenta – c’è stato il sistema monetario europeo che non era ancora l’euro, ma era già un modo per raccordare e dare un peso, che le mettesse in stretta relazione tra di loro, alle diverse monete per favorire il commercio, per favorire il sistema economico, non per danneggiarlo, per favorirlo e infatti poi qualche tempo dopo ma la Democrazia Cristiana non c’era più, c’è stata l’adesione all’euro; non più un atto della DC ma le basi, lo ricorda questo libro, sono state nelle scelte che sono state fatte allora. Notate che all’inizio del percorso europeo alcuni paesi del nord Europa tentarono un alternativo al mercato comune europeo, l’Efta, fu il tentativo di una alternativa e fallì e c’erano paesi ricchi: l’Inghilterra, la Danimarca, la Svezia, allora anche la Norvegia che è poi rimasta fuori da tutto per un atto di egoismo perché avendo scoperto nel suo mare dei giacimenti immensi di petrolio li ha voluti considerare una sua ricchezza nazionale, quindi un atto di egoismo, però l’Efta che era fatta dai paesi più ricchi è fallita e la Comunità Europea è andata avanti.
Poi vedete c’è, e anche questa l’ultima riflessione che sto facendo, non è in questo libro, viene dopo, c’è stato l’allargamento dell’Europa; l’allagamento dell’Europa ad Est una delle ragioni per le quali l’Europa oggi è in difficoltà. Ma era possibile dire no all’Europa dell’Est che stava uscendo dall’imperialismo sovietico e che aveva sempre la minaccia di tornare indietro come c’è adesso, quando – fate questa riflessione – tutti i paesi dell’ ex Patto di Varsavia erano entrati già nella Nato e gli Stati Uniti spingevano perché anche la Turchia, che era già nella Nato prima, entrasse nell’Europa. Allora quelli che sono incerti tra essere amici della Russia o essere amici dell’America devono rispondere a questo problema se no, le loro sono chiacchiere senza nessun riferimento alla realtà nella quale noi viviamo e i rapporti economici che abbiamo, perché l’Italia è un paese che se non esporta, economicamente muore. Non basta il turismo per reggere l’economia italiana. Non solo perché Il turismo è stagionale; il turismo al mare è stagionale, anche quello ai monti è stagionale. Non solo per questo, ma perché nessun paese che non sia una piccola isola dei caraibi vive sul turismo. E ancora, se non esporta se l’economia italiana non è fondata sul lavoro, l’illusione di fondarla sui consumi interni è suicidio.! Non ci può essere nessun economista serio che sostenga il contrario. Se questo nostro paese consuma quasi il 40 per cento importandolo e vende più il 50 per cento esportandolo, come fa ad isolarsi dal resto del mondo e dal resto dell’Europa. Evidentemente è un problema molto serio. Probabilmente è stato affrontato con eccessivo entusiasmo senza rendersi conto che c’erano grandi paesi come la Cina il Brasile e l’India in particolare che erano concorrenti del resto del mondo industriale e dell’Europa. A differenza dell’Europa non avevano lo Stato Sociale, cioè non avevano le pensioni e la istruzione pubblica, non avevano i sindacati, non avevano le leggi sull’ambiente. Quindi avevano per ragioni di loro arretratezza una capacità di competizione enorme nei nostri confronti. Erano concorrenti fortissimi perché l’intelligenza la avevano, qualche volta anche superiore alla nostra, la capacità di organizzarsi la avevano; la economia di comando la avevano. La Cina è una economia di comando.
Lentamente avrà dei costi di lavoro che cresceranno, e in qualche modo stanno crescendo, ma lentamente.
La politica è governo della transizione. Non è governo sulla realtà immobile. E’ sempre governo di una realtà che cambia. Dobbiamo fare i conti con la transizione, con i passaggi, con i cambiamenti.
Il libro nel tempo che considera nei quindi anni dimostra che c’è stata questa attenzione.
Sono stato ministro che ha approvato la legge 317 sulle piccole medie imprese. E’ stata la prima legge che ha cercato di porsi il problema della innovazione tecnologica generale. Se vi raccontassi i contrasti che ho avuto con un grande ministro che era Carli, ma che rappresentava la grande industria e diceva quei 1.500 miliardi di lire, non di euro, è meglio darli alla grande industria che non alle piccole; la grande impresa fa ricerca, le piccole non la fanno. La competizione è delle grandi industrie non delle piccole. Ci sono anche questi problemi interni.
Il nostro paese ha delle situazioni di contrasto oggettive, non legate alla cattiva volontà, alla insensibilità, ma alla situazione oggettiva. Quando partecipavo a un convegno di industriali del nord si parlava di competitività, quando partecipavo ad incontri con gli industriali del sud si parlava di incentivi, di aiuti. L’ultimo voto elettorale vi dice che l’Italia non è la stessa cosa al Nord e al Sud. Non voglio entrare nella polemica di oggi. Vi dice queste cose. Non sono la stessa cosa. Quello che si attendono dalle promesse elettorale gli elettori del sud sono altra cosa da quelle che si attendono gli elettori del nord. E questo lo si vede nei contrasti che ci sono stati. Qui si fa riferimento a una finanziaria quella che registrò una polemica violentissima. Il linguaggio di quella polemica ricorda quello delle ultime elezioni tra Andreatta e Formica. In genere il linguaggio era diverso, ma quella volta fu come quello di adesso molto più spregiudicato e molto più diretto. Andreatta che era Ministro del Bilancio difendeva il risanamento; Formica invece difendeva la spesa facile. Ed è per questo che nel libro, una delle tesi sostenute, guardate che non è vero che la Democrazia Cristiana sia stata il partito della spesa facile. E dà una serie di documentazioni che dimostrano l’opposto. Ci fu un aumento del debito pubblico, ma fu molto più contenuto da chi era al governo rispetto a quello che ci sarebbe stato se si fosse fatto quello che chiedeva si facesse l’opposizione. Era il risultato di un contrasto. Faccio una osservazione ancora più generale. La mia è una posizione di parte. E’ legittimo che esistano posizioni diverse. Il debito pubblico, quando è nata la democrazia, il peso del bilancio dello stato sul PIL era una cifra metà di quella che è oggi perché lo stato predemocratico si occupava di Giustizia, Difesa, Sicurezza. Punto e basta. Lo stato Democratico si è occupato di Pensioni ,di Istruzione, di Sanità, di Casa, piano Fanfani. E’ chiaro che ci sono stati dei costi in più, quindi una pressione fiscale che è cresciuta. Saremmo disponibili a rinunciare alla spesa pubblica della Istruzione, saremmo disponibili a rinunciare al sistema pensionistico. ? Perché di questo si tratta. Se si vuole colpire fino in fondo.
C’è stato un periodo in cui il debito pubblico è cresciuto perché si sono fatte delle riforme sociali . Per quel periodo si può giustamente anche dire che c’è stato una spesa di cattivo governo, una spesa elettorale. Si deve riconoscere che è stato anche così. Ma la Cassa per il Mezzogiorno ha cambiato il Sud. Non fino al punto di farlo diventare come la Lombardia e il Veneto. Però l’ha cambiato radicalmente. Senza quelle riforme non ci sarebbe stato il debito pubblico, ma non ci sarebbe stata neppure l’Italia moderna. Poi ha continuato a crescere. La cosa strana è il debito pubblico è cresciuto ancora di più negli ultimi trenta anni quando si sono state fatte qualche volta in nel modo sbagliato delle privatizzazioni che hanno avuto due effetti che non però registriamo nel debito pubblico la prima di ridurre dei vuoti perché si finanziava l’Iri l’Eni, il panettone di stato, questi privatizzando sono costi che sono stati cancellati, ma si è anche venduto qualche cosa di serio: la Seat si è venduta ma era una cosa seria , le Autostrade erano una cosa seria che continuano a rendere. Dove sono andati questi soldi che avrebbero dovuto ridurre il debito pubblico?. Il debito pubblico è continuato a crescere. Guardando i numeri si dovrebbe dire che se prima c’erano degli sprechi ma c’era anche un risultato di riforme reali, dopo ci sono stati solo gli sprechi. Addirittura non ridotti nemmeno dai vantaggi che avrebbero dovuto derivare dalle privatizzazioni.
Le cose che si sono fatte negli anni a cui si riferisce questo libro sono frutto di contrasto e di qualche errore ma non permettono un giudizio distruttivo che in genere sentiamo riferire a questo periodo. Queste sono le riflessioni che io faccio e che questo libro documenta . Si parte dal 1978 che è un anno di svolta nella storia di questo Paese. Quasi tutti gli storici e le posizioni politiche prevalenti riconoscono che una politica che tendeva ad arrivare, a quella che in modo estremamente sintetico è definita la democrazia compiuta cioè non più la continuità eterna delle stesse maggioranze e dello stesso governo, ma la possibilità di una alternanza, è venuta meno perché quel filo di dialogo che era stato avviato che aveva i suoi punti di riferimenti personali in Moro e Berlinguer è stato interrotto, troncato dal terrorismo e non si è più riusciti a recuperare un discorso che fosse un discorso preoccupato del futuro del Paese. Non perché sia finita la democrazia. Ho fatto una intervista qualche giorno fa. Il fatto che sia entrata in crisi una certa politica non significa che sia stata cancellata la democrazia. Infatti la democrazia ha continuato c’è anche adesso.
Non credo si possa dire che viviamo in un sistema non democratico. Si è perso quel senso del rapporto concreto con la realtà del Paese e anche con le sue difficoltà che c’era ed è diventato tutto più legato al contingente, alla oscillazione, alla incertezza.
La propaganda c’era anche prima ma oggi c’è il rischio che la politica sia solo più propaganda, non una propaganda al servizio della politica, ma una politica che si dissolva nelle posizioni propagandistiche senza la possibilità di un riferimento concreto. Se no non ci spiegheremmo un più del trenta per cento di italiani che non vota, che non trova più sulla scheda elettorale un partito che corrisponda alle sue aspettative. Non perché ci siano meno partiti, ma perché ce ne sono di più. Quando sembrava che il sistema fosse troppo chiuso in se stesso in definitiva i partiti erano 6 – 8 al massimo sulla scheda.
Adesso se andiamo alle elezioni comunali sono 15, 20. Qui ci sono amministratori lo sanno perché. Se il sindaco conta più di tutto consiglio comunale messo insieme, cosa che per la continuità delle amministrazioni è giusto , ma cosa produce elettoralmente. ? Se uno vuole diventare consigliere comunale deve candidarsi sindaco e poi inventarsi una lista. La lista non andrà in consiglio comunale, ma lui si. In questo modo le ambizioni personali contano molto più delle posizioni politiche. Questo non riguarda tutti i candidati sindaci, riguarda il proliferare delle candidature. Il nascere come funghi e poi scomparire dopo però uno è entrato in consiglio comunale.
Chieri, Sala della Conceria 17 marzo 2018
Testo dell’intervento dell’On. Guido Bodrato, non rivisto dall’autore